venerdì 2 agosto 2013

SAN SILVESTRO, L'EMOZIONE DEL BUIO


Quest'anno è andata. Ce l'abbiamo fatta. Dopo un anno di pausa, ritorno a tener testa all'obiettivo di una visita in miniera all'anno. Non vado molto lontano da casa, ma è comunque un luogo inesplorato, per quanto mi riguarda. E disattivato da 35 anni. E' il ParcoArcheominerario di San Silvestro: non l'ho visitato il 31 dicembre, bensì in un assolato mezzo pomeriggio di fine luglio. Siamo pochi chilometri fuori dal centro abitato di Campiglia Marittina, borgo collinare – a dispetto dal nome – nel sud della provincia di Livorno, nella cosiddetta Valdicornia. E proprio alla rete Parchi della Valdicornia appartiene la mèta in questione, allestita attorno ad un sito minerario sviluppato dall'uomo sostanzialmente negli ultimi due secoli, anche se il primo massiccio insediamento risale a prima del Medioevo, e tracce di scavo chiamano in causa gli Etruschi. San Silvestro è il nome del villaggio di minatori e fornitori che sul colle più alto dell'area fu realizzato e abitato tra il mille e il 1200 per volere dei conti della Gherardesca, casata nobiliare tra le più longeve del mondo, visto che ha saputo tramandarsi intatta fino ai giorni nostri. L'abitato, invece, dopo quei due secoli fu abbandonato; visto oggi dal basso, simboleggia proprio l'archetipo del villaggio fantasma.



San Silvestro è oggi il culmine dei percorsi di visita del Parco: arrivarci presuppone un'ora buona di camminata, onestamente sconsigliabile sotto il solleone estivo. Ma variare in piena estate una villeggiatura sulla costa livornese per spostarsi fin quassù non è comunque uno spreco di tempo. In cerca di refrigerio, si può scendere nei 360 metri di percorso ricavati nella cosiddetta miniera del Temperino, appena sotto il centro di accoglienza del Parco, per farsi un'idea delle estrazioni qui compiute già in epoca etrusca; si può spostarsi a piedi (10 minuti) verso il Pozzo Earle, e toccare con mano non solo l'ascensore che calava i minatori in sotterranei, e il relativo imponente argano; anche la centrale elettrica, i martelli pneumatici e altri strumenti di lavoro esposti sul posto.





Soprattutto, si può montare in treno. Perché questo è il tratto distintivo del Parco di San Silvestro, oltre all'omonimo villaggio-fantasma. Dal pozzo Earle si risale ancora circa 200 metri a piedi. Un grigio (bruttino) prefabbricato sulla destra alloggia testimonianze scritte e video sulla storia della miniera. Sulla sinistra, un 'buco' nella collina e un binario che ne esce, attorcigliandosi in cerchio su sé stesso. Attendiamo in gruppo l'ora prefissata: il 'convoglio' transita a intervalli per lo più di un'ora. Prima sorge una lucina nel buio, poi una macchia di giallo, ed ecco il treno di miniera che appare dalla galleria con la sua decina di vagoni a 4 posti. Prendiamo posto e allacciamo la cintura. Tra noi anche visitatori nordeuropei: la voce della guida li degnerà per una volta di indicazioni in lingua inglese, all'inizio, poi per il resto della visita non lo farà più. Eh sì, entrare in miniera qui significa consegnarsi necessariamente alle volontà di una guida autorizzata. Tutto il percorso (1 km circa) si snoderà a bordo del treno, secondo un copione embedded che ricorda tanto i city sightseiing delle grandi città; ma che ha il risvolto non banale di accattivare facilmente i bambin. Siccome questa per me è la prima visita con prole al seguito, il vantaggio non va sottovalutato.

Il treno in movimento ci rapisce al sole di luglio per immergerci nei 14 gradi del buio: la voce della guida si diffonde tra i vagoni come quella che reclamizza il vagone ristorante sui Frecciarossa, ma qui si va ben più piano, e si racconta di ben altro. La storia del sito e della galleria Lanzi in particolare, il più alto tra i tre livelli sotterranei che tra il XIX secolo e gli anni '70 le maestranze avevano 'bucato' gradualmente. Dopo una ventina di minuti circa torniamo sotto la luce del sole, coi binari che si affacciano su una vallata ricavata artificialmente a inizio Novecento dalla Etruscan Mines, allora detentrice del sito, ceduto poi in epoca finale alla Montecatini Spa. E' qui che il gruppo di visita scenderà e si sgranchirà le gambe per una decina di minuti circa, secondo i dettami della guida. Se la giornata è tersa, da qui (giura la guida) l'orizzonte spazia fino all'Isola d'Elba. Ben più netta, sopra gli occhi, si staglia la sagoma del villaggio di San Silvestro, e il percorso campestre che ne discende.

Una vista certo suggestiva. Ma a ben pensare, il momento di maggior coinvolgimento lo offre il buio. Quello totale, e inatteso, che coglie i visitatori a metà del viaggio in galleria: il treno rallenta fino a sostare, le luci lungo il percorso si spengono simultaneamente. Il pubblico ha appena il tempo per chiedersi 'che succede', quando alle orecchie giunge nitida una voce recitante: narra il pensiero di Dumas Tofani, minatore di lungo corso del sito. Parole scandite lente che stringono l'anima nel rievocare la fatica di chi qui ha lavorato una vita, spesso perdendovela bruscamente o gradualmente; e che sottolinea come tutto quanto qui realizzato dopo la chiusura ia stato fatto pensando a loro, i minatori.

Poi, il secondo coup de teatre: si riaccendono le luci, e i passeggeri realizzano di trovarsi nel punto più vasto della miniera, quello dove la perforazione si è spinta così avanti tanto in largo che in altezza, da richiamare a me istintivamente il ricordo delle grotte di Frasassi, visitate 2 anni prima. Qui anche la voce della guida, per lo più mono-tona, tradisce coinvolgimento e aggiunge particolari sul lavoro di coppia che gli uomini conducevano: sul loro essere preparati in tutte le fasi della coltivazione (“a differenza delle Metallifere” - dice - “dove erano specializzati sulle esplosioni”); sulla 'comanda' di portare 30 tonnellate di materiali in superficie per ogni turno. Quali materiali? Calcopirite, soprattutto, ma anche pietre che alla lunga restituivano poi argento e rame, passando per le laverie di Valle Lanzi (il sito sottostante che prende il nome dai minatori Tirolesi che qui insistettero nel 1500) o per San Vincenzo.

 


Altri siti minerari sin qui visitati mi sono parsi più efficaci nella ricostruzione del lavoro di miniera, nella rappresentazione della fatica e degli strumenti di lavoro, della loro pericolosità: la 'trovata' di metà percorso al buio, obiettivamente, è suggestiva quanto basta per valere da sola la visita a Campiglia. E se poi si vuol spaziare, con calma, oltre a raggiungere la 'cima' di San Silvestro è possibile seguire altri 5 itinerari pedestri, sparsi nell'area. Da vedere.

 


giovedì 31 gennaio 2013

Minatori a Potosì, oggi

Non è di prima mano, tantomeno verificata. Però appare verosimile, e significativa da leggere. Ecco una testimonianza di un minatore boliviano raccolta su Ilparere.net


Situata alle pendici del Cerro Rico a oltre 4067 metri di altitudine, la città boliviana di Potosí è considerata la più alta del mondo. Attratti soprattutto dall’argento nascosto nelle viscere della terra, gli spagnoli fondano la città che conserva in buona parte gli edfici coloniali. Ora le miniere sono di proprietà di cooperative di minatori boliviani che continuano uno sfuttamento lungo 460 anni. 25000 minatori, 500 km di tunnel e almeno 300 miniere attive. Carlos Alberto Puita, 22 anni, racconta a Il Parere.net  la sua esperinaza come minatore.

Cosa significa, oggi, essere un  minatore?
 Significa una morte sicura. Sotto l’aspetto economico, certo, abbiamo una vita agiata ma in ogni caso i nostri giorni sono contati.

Quali sono i vari tipi di minatori?
 Ci sono tre tipi di minatori: “il socio”, il “segunda mano” e il “peón”. Il primo è, in sotanza, il proprietario della miniera ed è associato con le cooperative di minatori. Il secondo è un lavoratore dipendente con numerosi anni di esperienza. Il “peón”, invece, è la persona con minor esperienza, uno stipendio fisso di 150 bolivianos al giorno (17 euro al giorno circa ndr).

Qual è la tua esperianza professionale come minatore?
 Ho iniziato a lovorare in miniera a partire da quando avevo nove anni a causa dei problemi economici della mia famiglia e  ho dovuto lasciare gli studi per circa quattro anni. La mia è una famiglia di minatori: mio nonno, mio padre e tutti i miei fratelli hanno lavorato in miniera.

Cosa vuol dire per un bambino lavorare in miniera?

Beh… Ho visto cose terribili. Tutti quei bambini che lavoravano in condizioni estreme. Fin da piccolo avevo un obiettivo: studiare e poter lavorare come libero professionista. Ora lavoro durante il giorno, studio di notte e aiuto un’agenzia turistica durante il fine settimana.

I bambini contiuano a lovorare ancora oggi?
 Guarda… Questo è un problema delicato. A 11 anni sono stato presidente nazionale de los niños trabajadores e a 12, insieme ad altri bambini, sono riuscito ad approvare molte leggi e norme per quanto riguarda il lavoro minorile. Attualmente non esiste il lavoro minorile a Potosí, ma continua ed essere un problema importante in Bolivia.

Come si inizia a lavorare in una miniera?

Ci sono due modi per lavore in miniera: ci sono persone, come me, che hanno la fortuna di avere raices mineras e possono imparare il lavoro aiutando i genitori. Altri, invece, entrano senza esperienza e non sempre riescono ad avere fortuna, rimanendo sempre peón.

Ci sono delle differenze sostanziali tra la “tua” miniera e quella di tuo nonno?
 Sí. Ora lavoriamo con macchine perforatrici e il lavoro è più leggero. Nonostante tutto, usare questi macchianari significa vivere al massimo 45 o 50 anni a causa delle forti esalazioni. Oggi cerchiamo di utilizzare le migliori maschere ma molte volte, a causa dell’umidità, siamo costretti a lavorare senza.   
 Molti di noi soffrono numerosi incidendi. Personalmente ho avuto due incidenti (mi mostra con un sospiro una cicatrice pittosto vistosa ndr) e sono molto fortunato ad essere ancora tutto intero.
  
(intervista di Beniamino Valeriano - Il parere.net)

venerdì 31 agosto 2012

Bruttattualità

Ironia della sorte, ho finito di leggere Scavare una buca nei giorni in cui la cronaca italiana tornava ad ospitare drammatiche vicende legate a miniere come non avveniva dai tempi dei los 33 cileni. I 30 morti ammazzati fuori dalla miniera della Lonmil in Sudafrica, due settimane fa, e i 500 asserragliati dentro NuraxiFigus ancora oggi, assommano tutti gli ingredienti di quanto di brutto si sta vedendo in giro per il villaggio globale in questa nuova era di crisi. Mettetela come volete, ma tagliarsi le vene a 400 metri di profondità, come qualcuno è arrivato a fare in Sardegna, è cosa pesa.

la dignità di chi scava in cava

“Noi facciamo attenzione al lavoro. E non è perché siamo migliori degli altri. Solo ci piace fare le cose come devono esser fatte. (..). Se sbagli qui, il mondo ci mette un attimo a crollarti addosso”.

“Pensano che tutto vada bene, pur di portarsi a casa uno stipendio, ma fare un mestiere non c'entra un accidente con il guadagnare dei soldi. E io ho faticato 40 anni qua dentro solo per venire un bel giorno in cava e vederli leggere sul giornale fuori dalla testa quelle sulle stronzate sugli incidenti sul lavoro. Come se il lavoro accoppasse i cristiani. Nessun lavoro ammazza la gente. Sono le persone a farlo”.

Ecco dove mi ha portato, quel libro. A scolpirmi in testa altre due frasi. Che estrapolate dal resto del testo forse non si apprezzano in pieno; ma che, garantisco, rendono l'idea meglio di tanti dibattiti su cosa voglia dire fare con dignità e civiltà un lavoro, qualunque esso sia. E più che mai, se è un lavoro di miniera o di cava. A proposito di dignità, ci sono due pagine finali folgoranti (le 198-199) del libro di Cavina, quelle in cui il padre fa svestire alla figlia i vestiti alla moda acquistati con i guadagni dei lavori di cui lei si vergogna. Troppo lunghe da copiare. Cercatele, e leggetele.