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lunedì 26 maggio 2014
2014, altre vite da soma
"Disastri del genere non dovrebbero mai accadere in un mondo che corre in superficie come una locomotiva ad alta tecnologia, mentre nelle sue viscere pare governato da regole antiche e pericolose". Marco Buticchi su QN, il 15 maggio 2014, a proposito della strage nella miniera di Soma, in Turchia, 301 morti e forse più.
domenica 15 settembre 2013
Gli 'affari tuoi' di chi crede e di chi no
Non
c'è una ricetta unica per esser portatori di memoria. E'
evidente, tuttavia, che vivere a lungo aiuta. Mentre scrivo, un
signore di nome Arturo
Paoli ha doppiato la boa del secolo di vita. “Fai gli affari
tuoi, e campi cent'anni” recita un celebre adagio popolare; lui ci
è riuscito, pur non seguendo quella ricetta. L'esistenza di
questo singolare sacerdote è per me una scoperta recente e
degna di nota; ed è per questo che ho pensato di darne conto
qui, in Miniere di memorie. Scorrendo la sua biografia si
capisce come di memorie Paoli ne abbia accumulate tante e
significative; alcune di esse hanno a che fare anche con le miniere,
in particolare con quelle del Sulcis
dove lui spese energie per un anno, a metà degli anni '50.
Poi trascorse un anno intero nel deserto, sperimentando quella
'Pazienza del nulla' che dà il titolo all'omonimo
libro pubblicato nel 2012. Un testo straordinariamente attuale,
almeno in alcuni passaggi. Dopo i 12 mesi nel deserto, e dopo il
Sulcis, Paoli fu inviato in Argentina, terra madre di quel Papa
Francesco I la cui vita e le cui parole osservate in questo scorcio
di 2013 offrono un intenso alternarsi di convergenze e di rotture con
l'esperienza di Paoli.
Francesco
I, in quanto Papa, è oggi l'espressione massima di quella
Chiesa che più volte Paoli sembra mettere all'indice nel
proprio testo: quel “potere di organizzare e uniformare il gruppo”
che giornalmente viene mantenuto saldo dai fedeli con una preghiera
che “non si propone di formare una persona pronta per un'esperienza
di Dio, ma un individuo che osservando scrupolosamente il programma
prescritto giornalmente, mantenga la struttura”. E' del resto la
Chiesa-organizzazione ecclesiastica, stando alla sua biografia, che
'esilia' Paoli per due volte dall'Italia (prima come cappellano su
una nave di migranti verso il Sudamerica, poi direttamente in un
bosco dell'entroterra argentino) in virtù di suoi pensieri per
nulla politicamente corretti.
Tuttavia,
Papa Francesco I è anche la stessa persona che in un giorno di
metà settembre decide – in modo del tutto non convenzionale
per un Pontefice – di rispondere alla domande
sulla fede poste dal fondatore ateo di un giornale quotidiano
(Eugenio Scalfari) con una lettera
da pubblicare sullo stesso giornale (La Repubblica). Un testo
profondo, quello di Bergoglio, probabilmente 'storico' (troppo presto
per definirlo tale), la cui essenza riassunta in (troppa) sintesi è
quella di accettare la 'sfida' e lanciare un ponte tra credenti e
atei.
La
lettera di Bergoglio esce sul giornale l'11 settembre; due giorni
prima io avevo finito di leggere La Pazienza del nulla. E' se c'è
un messaggio più forte degli altri che ho distinto in quella
lettura, è proprio il 'ponte' che Paoli stabilisce con Nelly
Sosa De Forti, una non credente che in più momenti si dimostra
più praticante nei fatti di qualsiasi religioso. Donna,
moglie, più volte madre, piacente (di una bellezza
contemplativa e non estetica, per richiamare la distinzione che fa
Paoli), Nelly sperimenta quel 'Nulla' a cui Paoli si riferisce, e
mette in pratica lungo una vita da atea quello che spesso tanti
credenti 'di facciata' non riescono a concretizzare per neppure un
giorno, al punto -sembra dire tra le righe il libro – di provare
imbarazzo nel pronunciarsi sull'argomento-fede pensando a come certi
'professanti' la ridicolizzano. A causa del suo modo d'essere Nelly
troverà anzitempo la propria fine, imbarcata nel 1977 su uno
di quei voli della morte di cui vigliaccamente si serviva la
dittatura argentina. Quella stessa dittatura contro cui Paoli si
batté attivamente, sfiorando egli stesso l'assassinio, la
stessa dittatura che oggi resta una delle pagine su cui aspettarsi
altre chiare e non convenzionali parole da questo Papa Francesco, che
come presule argentino quegli anni visse da vicino.
Il
cerchio di questo mio pensiero odierno qui si chiude. O meglio, si
riapre alla vasta 'miniera di memorie' che negli anni tante persone
hanno arricchito (Carlotto, Vigevani, Verbisky, Bechis, Alcoba solo
per citare alcune di quelle la cui testimonianza è arrivata a
me, lasciandomi dentro un segno difficilmente cancellabile),
raccontando cosa succedeva di drammatico durante quella fase in
Sudamerica. E si riapre, il cerchio, alle eventuali nuove
corrispondenze tra persone che al bene comune pensano, e che
dell'esperienza umana vogliano far tesoro, credenti o non credenti
che siano.
Foto post: il sale di Wieliczka
Ecco una foto di prima mano scattata poche settimane fa all'interno del percorso minerario di Wieliczka, in Polonia che, oltre ad essere inserito dal 1976 nella lista Unesco dei patrimoni dell'umanità, mi dicono essere molto bello. In attesa di visitarla, qui le informazioni ufficiali.
venerdì 2 agosto 2013
SAN SILVESTRO, L'EMOZIONE DEL BUIO
Quest'anno
è andata. Ce l'abbiamo fatta. Dopo un anno di pausa, ritorno a
tener testa all'obiettivo di una visita in miniera all'anno. Non vado
molto lontano da casa, ma è comunque un luogo inesplorato, per
quanto mi riguarda. E disattivato da 35 anni. E' il ParcoArcheominerario di San Silvestro: non l'ho visitato il 31 dicembre,
bensì in un assolato mezzo pomeriggio di fine luglio. Siamo
pochi chilometri fuori dal centro abitato di Campiglia Marittina,
borgo collinare – a dispetto dal nome – nel sud della provincia
di Livorno, nella cosiddetta Valdicornia. E proprio alla rete Parchi
della Valdicornia appartiene la mèta in questione, allestita
attorno ad un sito minerario sviluppato dall'uomo sostanzialmente
negli ultimi due secoli, anche se il primo massiccio insediamento
risale a prima del Medioevo, e tracce di scavo chiamano in causa gli
Etruschi. San Silvestro è il nome del villaggio di minatori e
fornitori che sul colle più alto dell'area fu realizzato e
abitato tra il mille e il 1200 per volere dei conti della
Gherardesca, casata nobiliare tra le più longeve del mondo,
visto che ha saputo tramandarsi intatta fino ai giorni nostri.
L'abitato, invece, dopo quei due secoli fu abbandonato; visto oggi
dal basso, simboleggia proprio l'archetipo del villaggio fantasma.
San Silvestro è oggi il culmine dei percorsi di visita del Parco: arrivarci presuppone un'ora buona di camminata, onestamente sconsigliabile sotto il solleone estivo. Ma variare in piena estate una villeggiatura sulla costa livornese per spostarsi fin quassù non è comunque uno spreco di tempo. In cerca di refrigerio, si può scendere nei 360 metri di percorso ricavati nella cosiddetta miniera del Temperino, appena sotto il centro di accoglienza del Parco, per farsi un'idea delle estrazioni qui compiute già in epoca etrusca; si può spostarsi a piedi (10 minuti) verso il Pozzo Earle, e toccare con mano non solo l'ascensore che calava i minatori in sotterranei, e il relativo imponente argano; anche la centrale elettrica, i martelli pneumatici e altri strumenti di lavoro esposti sul posto.
San Silvestro è oggi il culmine dei percorsi di visita del Parco: arrivarci presuppone un'ora buona di camminata, onestamente sconsigliabile sotto il solleone estivo. Ma variare in piena estate una villeggiatura sulla costa livornese per spostarsi fin quassù non è comunque uno spreco di tempo. In cerca di refrigerio, si può scendere nei 360 metri di percorso ricavati nella cosiddetta miniera del Temperino, appena sotto il centro di accoglienza del Parco, per farsi un'idea delle estrazioni qui compiute già in epoca etrusca; si può spostarsi a piedi (10 minuti) verso il Pozzo Earle, e toccare con mano non solo l'ascensore che calava i minatori in sotterranei, e il relativo imponente argano; anche la centrale elettrica, i martelli pneumatici e altri strumenti di lavoro esposti sul posto.
Soprattutto,
si può montare in treno. Perché questo è il
tratto distintivo del Parco di San Silvestro, oltre all'omonimo
villaggio-fantasma. Dal pozzo Earle si risale ancora circa 200 metri
a piedi. Un grigio (bruttino) prefabbricato sulla destra alloggia
testimonianze scritte e video sulla storia della miniera. Sulla
sinistra, un 'buco' nella collina e un binario che ne esce,
attorcigliandosi in cerchio su sé stesso. Attendiamo in
gruppo l'ora prefissata: il 'convoglio' transita a intervalli per lo
più di un'ora. Prima sorge una lucina nel buio, poi una
macchia di giallo, ed ecco il treno di miniera che appare dalla
galleria con la sua decina di vagoni a 4 posti. Prendiamo posto e
allacciamo la cintura. Tra noi anche visitatori nordeuropei: la voce
della guida li degnerà per una volta di indicazioni in lingua
inglese, all'inizio, poi per il resto della visita non lo farà
più. Eh sì, entrare in miniera qui significa
consegnarsi necessariamente alle volontà di una guida
autorizzata. Tutto il percorso (1 km circa) si snoderà a bordo
del treno, secondo un copione embedded che ricorda tanto i city
sightseiing delle grandi città; ma che ha il risvolto non
banale di accattivare facilmente i bambin. Siccome questa per me è
la prima visita con prole al seguito, il vantaggio non va
sottovalutato.
Il
treno in movimento ci rapisce al sole di luglio per immergerci nei 14
gradi del buio: la voce della guida si diffonde tra i vagoni come
quella che reclamizza il vagone ristorante sui Frecciarossa, ma qui
si va ben più piano, e si racconta di ben altro. La storia del
sito e della galleria Lanzi in particolare, il più alto tra i
tre livelli sotterranei che tra il XIX secolo e gli anni '70 le
maestranze avevano 'bucato' gradualmente. Dopo una ventina di minuti
circa torniamo sotto la luce del sole, coi binari che si affacciano
su una vallata ricavata artificialmente a inizio Novecento dalla
Etruscan Mines, allora detentrice del sito, ceduto poi in epoca
finale alla Montecatini Spa. E' qui che il gruppo di visita scenderà
e si sgranchirà le gambe per una decina di minuti circa,
secondo i dettami della guida. Se la giornata è tersa, da qui
(giura la guida) l'orizzonte spazia fino all'Isola d'Elba. Ben più
netta, sopra gli occhi, si staglia la sagoma del villaggio di San
Silvestro, e il percorso campestre che ne discende.
Una
vista certo suggestiva. Ma a ben pensare, il momento di maggior
coinvolgimento lo offre il buio. Quello totale, e inatteso, che
coglie i visitatori a metà del viaggio in galleria: il treno
rallenta fino a sostare, le luci lungo il percorso si spengono
simultaneamente. Il pubblico ha appena il tempo per chiedersi 'che
succede', quando alle orecchie giunge nitida una voce recitante:
narra il pensiero di Dumas Tofani, minatore di lungo corso del sito.
Parole scandite lente che stringono l'anima nel rievocare la fatica
di chi qui ha lavorato una vita, spesso perdendovela bruscamente o
gradualmente; e che sottolinea come tutto quanto qui realizzato dopo
la chiusura ia stato fatto pensando a loro, i minatori.
Poi,
il secondo coup de teatre: si riaccendono le luci, e i passeggeri
realizzano di trovarsi nel punto più vasto della miniera,
quello dove la perforazione si è spinta così avanti
tanto in largo che in altezza, da richiamare a me istintivamente il
ricordo delle grotte di Frasassi, visitate 2 anni prima. Qui anche la
voce della guida, per lo più mono-tona, tradisce
coinvolgimento e aggiunge particolari sul lavoro di coppia che gli
uomini conducevano: sul loro essere preparati in tutte le fasi della
coltivazione (“a differenza delle Metallifere” - dice - “dove
erano specializzati sulle esplosioni”); sulla 'comanda' di portare
30 tonnellate di materiali in superficie per ogni turno. Quali
materiali? Calcopirite, soprattutto, ma anche pietre che alla lunga
restituivano poi argento e rame, passando per le laverie di Valle
Lanzi (il sito sottostante che prende il nome dai minatori Tirolesi
che qui insistettero nel 1500) o per San Vincenzo.
Altri
siti minerari sin qui visitati mi sono parsi più efficaci
nella ricostruzione del lavoro di miniera, nella rappresentazione
della fatica e degli strumenti di lavoro, della loro pericolosità:
la 'trovata' di metà percorso al buio, obiettivamente, è
suggestiva quanto basta per valere da sola la visita a Campiglia. E
se poi si vuol spaziare, con calma, oltre a raggiungere la 'cima' di
San Silvestro è possibile seguire altri 5 itinerari pedestri,
sparsi nell'area. Da vedere.
giovedì 31 gennaio 2013
Minatori a Potosì, oggi
Non è di prima mano, tantomeno verificata. Però appare verosimile, e significativa da leggere. Ecco una testimonianza di un minatore boliviano raccolta su Ilparere.net
Situata alle pendici del Cerro Rico a oltre 4067 metri di
altitudine, la città boliviana di Potosí è considerata la più alta del mondo.
Attratti soprattutto dall’argento nascosto nelle viscere della terra, gli
spagnoli fondano la città che conserva in buona parte gli edfici coloniali. Ora
le miniere sono di proprietà di cooperative di minatori boliviani che
continuano uno sfuttamento lungo 460 anni. 25000 minatori, 500 km di tunnel e
almeno 300 miniere attive. Carlos Alberto Puita, 22 anni, racconta a Il Parere.net la sua esperinaza come minatore.
Cosa significa, oggi, essere un minatore?
Significa una morte sicura. Sotto l’aspetto economico,
certo, abbiamo una vita agiata ma in ogni caso i nostri giorni sono contati.
Quali sono i vari tipi di minatori?
Ci sono tre tipi di minatori: “il socio”, il “segunda mano”
e il “peón”. Il primo è, in sotanza, il proprietario della miniera ed è
associato con le cooperative di minatori. Il secondo è un lavoratore dipendente
con numerosi anni di esperienza. Il “peón”, invece, è la persona con minor
esperienza, uno stipendio fisso di 150 bolivianos al giorno (17 euro al giorno
circa ndr).
Qual è la tua esperianza professionale come minatore?
Ho iniziato a lovorare in miniera a partire da quando avevo
nove anni a causa dei problemi economici della mia famiglia e ho dovuto lasciare gli studi per circa
quattro anni. La mia è una famiglia di minatori: mio nonno, mio padre e tutti i
miei fratelli hanno lavorato in miniera.
Cosa vuol dire per un bambino lavorare in miniera?
Beh… Ho visto cose terribili. Tutti quei bambini che
lavoravano in condizioni estreme. Fin da piccolo avevo un obiettivo: studiare e
poter lavorare come libero professionista. Ora lavoro durante il giorno, studio
di notte e aiuto un’agenzia turistica durante il fine settimana.
I bambini contiuano a lovorare ancora oggi?
Guarda… Questo è un problema delicato. A 11 anni sono stato
presidente nazionale de los niños trabajadores e a 12, insieme ad altri
bambini, sono riuscito ad approvare molte leggi e norme per quanto riguarda il
lavoro minorile. Attualmente non esiste il lavoro minorile a Potosí, ma
continua ed essere un problema importante in Bolivia.
Come si inizia a lavorare in una miniera?
Ci sono due modi per lavore in miniera: ci sono persone,
come me, che hanno la fortuna di avere raices mineras e possono imparare il
lavoro aiutando i genitori. Altri, invece, entrano senza esperienza e non
sempre riescono ad avere fortuna, rimanendo sempre peón.
Ci sono delle differenze sostanziali tra la “tua” miniera e
quella di tuo nonno?
Sí. Ora lavoriamo con macchine perforatrici e il lavoro è
più leggero. Nonostante tutto, usare questi macchianari significa vivere al
massimo 45 o 50 anni a causa delle forti esalazioni. Oggi cerchiamo di
utilizzare le migliori maschere ma molte volte, a causa dell’umidità, siamo
costretti a lavorare senza.
Molti di noi soffrono numerosi incidendi. Personalmente ho
avuto due incidenti (mi mostra con un sospiro una cicatrice pittosto vistosa
ndr) e sono molto fortunato ad essere ancora tutto intero.
(intervista di Beniamino Valeriano - Il parere.net)
venerdì 31 agosto 2012
Bruttattualità
Ironia
della sorte, ho finito di leggere Scavare una buca nei giorni in cui
la cronaca italiana tornava ad ospitare drammatiche vicende legate a
miniere come non avveniva dai tempi dei los 33 cileni. I 30 morti
ammazzati fuori dalla miniera della Lonmil in Sudafrica, due
settimane fa, e i 500 asserragliati dentro NuraxiFigus ancora oggi,
assommano tutti gli ingredienti di quanto di brutto si sta vedendo in
giro per il villaggio globale in questa nuova era di crisi. Mettetela
come volete, ma tagliarsi le vene a 400 metri di profondità,
come qualcuno è arrivato a fare in Sardegna, è cosa
pesa.
giovedì 19 gennaio 2012
33 E STOP
Libero oggi sarebbe contento, e forse lo sarà davvero, lassù. Oggi è il giorno del ritorno alla vita, della forza di gruppo degli uomini che prevale sull'oblio della miniera. E' il giorno dei “los 33”, i mitici minatori cileni salvati dopo una lunga, estenuante, epica attesa. Oggi è un gran giorno, per loro, le loro famiglie, il Cile e per tutti.
Libero probabilmente si augurerebbe che di questi giorni non ce fosse più bisogno, in futuro. Che quella stessa capacità imprenditoriale che è stata in grado di inventare il sistema per salvare quegli uomini fosse impiegata per rendere più sicura la vita – dura – di tutti i giorni dei tanti minatori che lavorano ancora in condizioni proibitive in giro per il mondo. Viva il Cile dunque, ma viva soprattutto tutti quelli che si impegneranno che un'apprensione di questo tipo, sottosuolo, non si ripeta mai più.
(14 ottobre 2010)
IL SECOLO DEL RAME A MONTECATINI VAL DI CECINA
Sarà perché da non molto è diventata guida turistica ambientale, e come lei racconta, in questo ruolo “ci crede molto”. Sarà perché ai laboratori didattici che sempre più spesso si organizzano sul posto ha partecipato anche suo figlio. Fatto sta che è una fortuna visitare in compagnia di Gianna Franci, nel 2010, il centro minerario di Montecatini Val di Cecina. Perché la passione che lei ci trasmette è contagiosa, pur non ricorrendo ad iperboli od enfasi eccessive: il tono di racconto si mantiene sempre pacato, quasi fosse una forma di rispetto per le migliaia di persone che là sotto si sono sudati l'esistenza. Ed i 60 minuti di visita scorrono via interessanti e leggeri, benché il sito non sia certo tra i più estesi e ricchi del territorio italiano. Come che sia, Montecatini Val di Cecina è un pezzo di storia dell'industria mineraria e soprattutto chimica nazionale: dal nome del paese fu coniato quello dell'azienda che, dopo alcuni decenni, acquisì la Edison dando vita alla celeberrima Montedison.
Siamo nella val di Cecina, amena e suggestiva terra di confine tra le provincie di Pisa, Livorno Grosseto e Siena. Il piccolo borgo attorcigliato attorno a un castello sorge a 400 metri sul livello del mare, su una collina che s'inerpica quasi improvvisamente sulla vallata, tale che gli ultimi chilometri di strada sono tortuosi e ripidi. Il cosiddetto “Museo delle miniere” di Montecatini, ovvero il sito minerario aperto al pubblico è suddiviso in due: il centro di documentazione, nella parte centrale del paese, e l'area mineraria vera e propria, di cui è possibile visitare una parte.
Perché una miniera in questo luogo? Per il rame, che da tempo etrusco si vociferava giacesse in quantità apprezzabili, e che una famiglia di francesi decise di mettersi a cercare agli inizi del XIX secolo. La miniera di Montecatini, infatti, aprì i battenti nel 1827, per restare in attività 80 anni esatti. Nel 1907, infatti, i ritorni dell'attività estrattiva decaddero al di sotto della soglia minima di economicità: fu deciso di cessare i lavori, e vani furono nei decenni successivi i tentativi di riavviarli. La miniera cadde in definitivo oblìo nel 1960; sarà nel 1999 che entrerà in azione l'intento di recuperarla a fini culturali, così da aprirla alle visite del pubblico nel 2003. Nel secolo scarso di apertura l'attività mineraria ha inciso profondamente sulla vita di Montecatini, e non solo: intorno al 1860, nel momento di massima espansione, spiega Gianna Franci, l'attività coinvolgeva direttamente 200 minatori e 50 impiegati d'altro genere, mentre la popolazione complessiva saliva a 2000 persone; oggi non sono più di 500.
(30 giugno 2010)
MONTECATINI, LA MINIERA E' FATTA A SCALE
Da un punto di vista tecnico e di organizzazione del lavoro, la miniera di Montecatini val di cecina si distinse per il basso ricorso alla tecnologia. Lo scavo delle rocce era quasi del tutto manuale: armati di piccozza e attrezzi vari, mai di martelli pneumatici e raro era anche il ricorso agli esplosivi, se non per aprire nuovi fronti. Inoltre i minatori non si avvalevano mai dell'ascensione meccanica, se non nei casi di grave incidente alle gambe: in tutti gli altri casi, si saliva e si scendeva a piedi, attraverso la fitta rete di scale in galleria che da ultimo raggiungeva i 375 metri di profondità, riportando in pratica i minatori al livello..del mare. Il montacarichi unico era utilizzato solo per il trasporto in superficie dei risultati di scavo: fino al 1857 veniva azionato con un argano trainato da...un cavallo; da quell'anno invece entrò in funzione la cosiddetta Torre Alfredo (dal nome di uno dei proprietari olandesi dell'epoca), all'interno della quale veniva azionato un meccanismo a vapore, simile a quello in uso nelle locomotive. Arrivate in superficie, le pietre venivano frantumate e poi setacciate nell'attigua laveria; la polvere di rame risultante veniva temporaneamente parcheggiata in un piazzale (guardato a vista da una sentinella armata, posta all'interno di una torretta di guardia d'ispirazione medievale) e poi stoccate nella vicina Ponteginori, da cui prendevano la via di Livorno e di qui, via nave, quella delle fonderie in Gran Bretagna. Questo avvenne fino a che la stessa Livorno e Piombino non ne furono dotate, dopo il 1870.
(3 luglio 2010)
MONTECATINI, VISITA CON VISTA
La visita al pubblico attualmente possibile a Montecatini val di Cecina permette di osservare la prima galleria di discensione, ovvero la cosiddetta 'discenderia'. Ed è una visita molto suggestiva: la vista cade a picco lungo una rampa scoscesa, il cui orizzonte si perde in una vera e propria nebbia, a tratti tagliata dallo svolazzio di qualche pipistrello. Gianna Franci racconta che periodicamente un ingegnere incaricato scende tutt'oggi “laggiù”, perlomeno fino al terzo livello, per controllare la consistenza della rete di cunicoli: non può spingersi oltre poiché i livelli sottostanti sono ormai nuovamente allegati da quella falda acquifera le cui acque venivano regolarmente pompate via mentre la miniera era in funzione.
Quando era in attività, la miniera non si fermava mai: 3 turni di 8 ore al giorno per chi scendeva sottoterra, munito di un armamentario di cui era direttamente responsabile e che addirittura doveva portarsi ogni giorno da casa. Per contro, va detto che in 80 anni la miniera non ha mai conosciuto incidenti mortali, e peraltro ben contenute – rispetto ad altri siti – sembrano essere la tracce postume lasciate sui suoi protagonisti, in termini di malattie.
Inizialmente posseduta da due fratelli francesi, la miniera passò negli anni in mano olandese e russa finché, alla fine dell'800, fu fondata la Società Anonima Montecatini: più tardi questa acquisirà, come detto, la Edison, dando vita al noto marchio comune petrolchimico. Figura centrale nella storia del sito è stata quella di Aroldo Schneider, un ingegnere tedesco, il cui busto spicca all'ingresso della miniera (e dell'attuale percorso di visita): non solo per le soluzioni tecniche che egli adottò, quanto per la graduale capacità di coinvolgere la popolazione locale, per lo più contadina ed inizialmente scettica verso l'iniziativa: i primi colpi di piccozza furono dati con appena 4 operai.
La visita al sito minerario (ed al centro di documentazione) costa 5 euro, 3 per i ridotti (tariffe 2010): oltre a tutto quanto si vede 'sotto', merita anche per la splendida e smarginata visuale che si gode sulla Valdicecina dalla sommità della torre Alfredo, spaziando da Volterra, alle omonime saline, a Larderello, fino al mar tirreno nelle giornate chiare. Un'appendice' del percorso guidato che Gianna Franci e le altre guide vi concederanno..se non siete in troppi, troppo rumorosi, se saprete apprezzare il suo pacato e appassionato racconto dell'era del rame, sotto Montecatini.
(5 luglio 2010)
ABBADIA SAN SALVATORE: LA SCARICA DEI 101
Entrare oggi nel Museo minerario di Abbadia San Salvatore espone in modo forte a sentimenti contrastanti. Il cuore si stringe appena varcato il portale d'ingresso alla grande area, quando sulla sinistra si nota la lapide con i nomi dei tanti uomini (101) che qui hanno lasciato la vita. Man mano che trascorrono i minuti, cresce anche la suggestione legata al futuro dell'intero complesso: è ancora vasta la parte di stabilimento che resta da recuperare, e quindi ora inibita al pubblico. E' facile volare con la mente a quanto potrà essere affascinare osservare ciò che adesso è negato, una volta recuperato.
La suggestione più forte tuttavia arriva poco prima di metà percorso guidato, prima ancora di scendere nella miniera riadattata per le visite esterne. “Cos'è quello, e perché c'è scritto 'Sansone'?” chiede incuriosito un bambino di 7-8 anni, alla vista di un contenitore metallico simile a quelli in uso per la mungitura di vacche. Giovanni, insegnante in pensione, uno degli otto volontari (alcuni ex minatori) che si alternano da alcuni anni nel guidare i gruppi, spiega allora che quella garitta di gruppo (“Sansone era il marchio di fabbrica: non a caso, visto quanto pesava”) veniva impiegata ogni giorno per scendere dai pozzi giù in miniera le razioni di minestra o di pastasciutta per i minatori, a metà del turno di otto ore.
Resti sdegnato al sentire che “quelli più vicini al pozzo riuscivano a mangiarla calda, ma gli altri che si trovavano al fronte di sfondamento avevano bisogno dei coltelli, perché spesso la pasta arrivava fredda e aggrumata”; ma non è niente, rispetto a ciò che la guida spiega a ruota. “I guadagni dei minatori, soprattutto nei primi decenni, erano legati agli esiti delle ricerche ed alla richiesta del metallo sul mercato: non mancavano i periodi neri, e in quei tempi spesso i minatori rinunciavano a mangiare per sfamare mogli e figli, i quali all'ora del rancio si presentavano ai pozzi al posto degli uomini”.
Racconti come questi rendono l'idea della drammaticità quotidiana vissuta in miniera, in tutte come – nella fattispecie – in questa che per 90 anni (da fine '800 ai primi anni '70) è stata la fonte di sussistenza principale (e più avanti, l'unica) di Abbadia San Salvatore e del circondario. Non a caso questo Centro (inaugurato da neppure 5 anni, tra i più recenti in Italia) oggi punta molto sul racconto diretto, per caratterizzare e rendere appassionante il proprio percorso illustrativo. E non solo grazie alla presenza fisica degli ex minatori in veste di guida: sicuramente d'effetto sono i 5-6 punti ascolto sparsi lungo il percorso “sotto”, nei quali a richiesta è possibile ascoltate la voce viva (registrata) di protagonisti diretti di quel luogo, che raccontano cosa 'fanno' (la narrazione è in stile presa diretta), che rischi corrono, da dove arrivano e con quali timori; e le voci si alternano ai rumori dell'ascensore, dei vagoncini, dei martelli ad aria compressa che qui hanno risuonato a migliaia.
(12 ottobre 2009)
ABBADIA, CINABRO SOTTO IL VULCANO
Quando era in funzione, il centro minerario di Abbadia San Salvatore era davvero una città a sé. Rende bene l'idea il plastico, allestito nella prima delle sale in cui è attualmente allestita l'area museale del percorso di visita: alla vista, si ha subito la percezione di un qualcosa di mastodontico, tecnologicamente avanzato per il suo tempo. In una parola, di una grande industria, che nella fattispecie cercava il profitto nell'estrazione del cinabro, e nella sua trasformazione in mercurio. Era questa infatti la straordinaria particolarità di Abbadia: l'aver dato i crismi del processo industriale a quanto altri, già 5mila anni or sono, avevano probabilmente tentato, magari per scopi diversi, come rivelato dall'analisi carbonio 114 fatta sui cippi macchiati in rosso rinvenuti dagli archeologi nella non lontana Selvena. Il singolare giacimento di questa zona è probabilmente legato ad un'altra singolarità, ovvero la sua origine vulcanica: sopra Abbadia si erge ancora oggi il monte Amiata (1738 metri slm), vulcano spento esternamente da millenni, ma il cui calore è rimasto vivo oltre la media nel sottosuolo: così calore ed umidità nei canali di scavo erano costantemente eccezionali, e per gli operai – dispensati dal proseguire solo a 35 gradi – era una vera agonia.
(14 ottobre 2009)
ABBADIA SAN SALVATORE: ASCESA, CADUTA E FUTURO
Nel periodo di maggior fulgore, Abbadia si contendeva con una località russa il ruolo di primo produttore di questo metallo. Il mercurio era essenziale, ad esempio, per ricavare quel Fulminato di mercurio usato per detonare le bombe, almeno fino all'avvento dei meccanismi elettrici. All'epoca nel centro lavoravano fino a 2mila persone: i più sottoterra, in 3 turni al giorno di 8 ore l'uno, gli altri chi alla frantumazione delle rocce, chi alla loro asciugatura, chi alla vaporizzazione od alla trasformazione finale in gocce di mercurio. Si pensi che nel 1912 i lavoratori erano appena 200, mentre Abbadia non arrivava a 2mila abitanti: salita fino a 10mila, dopo la chiusura degli scavi si è assestata sulle 6mila unità. Una comunità fortemente coesa, quella badenga: anche perché quasi nessun minatore era 'foresto', e del resto quasi nessun badengo lavorava altrove. L'atroce fatica del sottosuolo era compensata con forniture di legname, vacanze in colonie per i bambini e tanto altro ancora: al punto che quei pochi che facevano altro in paese, finivano per sentirsi isolati.
Da fuori venivano semmai gli ingegneri minerari, per lungo tempo formati esclusivamente a Caltanissetta, nella vicina Massa Marittima o in alta Italia. E stranieri, piuttosto erano stati i fondatori: tedeschi per la precisione, fino a quando l'Italia non ruppe con la Germania durante la Grande guerra, e per il centro cominciò una gestione pubblico-privata durata a fasi alterne. Fino ai nostri giorni, con l'Eni a guidarne la chiusura, la messa in sicurezza e ora la bonifica, sottoforma di finanziamento al Comune di Abbadia che se ne è fatto ora carico, secondo il Protocollo siglato nel 2008.
(16 ottobre 2009)
CAMPRIANO, A TU PER TU CON LE ROSTE E CON LA CODA DEL DISASTRO
Entro la fine del 2009 la Syndal, controllata Eni, si è impegnata a rendere operativo il progetto di bonifica definitiva della miniera di Campiano, nel comune di Montieri. Nell'attesa, è ancora possibile andare ad osservare con i propri occhi cosa resta di un disastro che fu, agli inizi degli anni Duemila; e soprattutto di una miniera che fu. Per farlo si può coinvolgere la 75^ Avventura, la 'creatura' del funambolico Simone Negrini, che organizza escursioni di vario tipo sulle colline metallifere. Mettente in conto un'oretta, datevi appuntamento nella frazione di Boccheggiano, e poi seguitelo fin sulla soglia di quella miniera: più avanti non si può andare, il cancello – ora come allora - lascia passare solo gli addetti ai lavori, che oramai sono solo quelli dediti al contenimento dei danni. Ciò che si può vedere, dopo aver ascoltato da Simone dati e.. leggende su quanto avvenuto prima e durante il disastro, è piuttosto la confluenza tra il fiume Merse e il torrente Ribudelli; e le suggestive Roste. Queste ultime appaiono come dei curiosi scoglioni di color rosso ruggine, disseminate lungo un area di qualche centinaia di metri poco più in là dell'ingresso alla miniera, dall'altro lato della strada statale. Le roste sono il frutto dell'accumulo di residui ferrosi conseguenti alla lavorazione dei minerali, che una volta estratti venivano selezionati (per lo più da donne, anche qui) all'interno di un edificio tutt'ora presente nell'area, anche se per lo più diroccato; e poi avviati a lavorazione in un apposito forno. Qui come altrove, nel tempo le tecniche si sono evolute, ed i diversi livelli di colorazione degli strati sulle roste testimoniano proprio la diversa tipologia di residui prodotti nel tempo, divenuti più fini dalla seconda metà dell'Ottocento. L'escursione alle roste è interessante anche perché conduce per un tratto anche all'interno di un bosco – a tratti fitto – di castagni, e incuriosisce la 'caccia' ad una particolare tipologia di grillo, dal colore mimetico quando posato sulle roste.
Non meno appassionante, anche se – per certi versi – anche angosciante, l'osservazione del fiume. Proprio sotto la strada statale, in linea retta rispetto all'ingresso della miniera, la Merse s'incrocia con il Ribudelli, il torrente che da essa proviene: l'incontro, oggi, restituisce pochi metri più a valle un'acqua biancastra, frutto dell'alto contenuto di ammoniaca che oggi proviene dalla direzione della miniera, a 'coprire' ciò che resta di quelle emissioni che qualche anno fa arrivavano copiose e dannose. E' grottesco vedere come dopo la confluenza il fiume perde del tutto quel colore marroncino che peraltro ha in origine. E lo altrettanto pensare che oggi, più avanti, qualcuno ha ripreso a farci il bagno.
(15 luglio 2009)
VAL DI CECINA, LA “VERA” MONTECATINI
Se il marchio “Montedison”, che tanto ha segnato la storia industriale (estrattiva e non solo) italiana, nasce dall'unione tra le aziende Edison e Montecatini, da dove nasce quest'ultima denominazione? I più saranno portati a pensare alla nota località termale oggi in territorio della provincia di Pistoia, e da tempo nota con il più completo nome di Montecatini terme.
In realtà non è così: il territorio di origine è piuttosto quello della provincia di Pisa, ed in particolare del comune di Montecatini val di Cecina. E' qui che nel 1888 fu costituita la società Montecatini, nel solco di una tradizione estrattiva avviata dagli Etruschi, proseguita dai Medici e poi sotto il Granducato di Toscana, per poi cessare sotto il Regno d'Italia nel 1907.
L'epoca della Montecatini corrisponde ance a quella di maggior intensità per l'attività mineraria in questa zona, che beneficiò in quella fase di alcune importanti conquiste raggiunte non molti anni prima nella tutela dei lavoratori. A metà del XIX secolo infatti Montecatini val di Cecina introdusse una regolamentazione del lavoro minorile, prevedendo anche forme di assistenza per le vedove e gli orfani dei minatori, introducendo l'insegnamento obbligatorio per i figli dei minatori una cassa mutua. Miniera principale della zona fu quella di Caporciano, che si rivelò per un certo periodo la miniera europea più ricca di rame; in Val di Cecina tuttavia si estraevano in quantità anche salgemma, alabastro, lignite e si sfruttarono le sorgenti sulfuree.
Oggi la memoria di quell'epoca è affidata principalmente al Palazzo Pretorio di Montecatini V.C. Ed al suo Museo delle Miniere, che ospita un Centro di documentazione sulle vicende del tempo, con l'archivio storico di tutte le attività compiute tra il 1827 ed il 1907. In mostra anche un ricco campionario di minerali. Per gli interessati è possibile visitare il sito di Caporciano, articolato in un pozzo principale (“Alfredo”), il circuito di gallerie e la diga del Muraglione. A richiesta si organizzano anche laboratori didattici per bambini. Info: Coop Viaggi Antico (link a www.viaggioantico.com).
(15 agosto 2008)
LO SCOPRIMINIERA DI PRALI
Il nome è suggestivo: “Scopriminiera” (link a http://www.scopriminiera.it) . Si chiama così il progetto di conservazione e valorizzazione di una storia datata due secoli. E' quella dell'estrazione di talco nelle “miniere bianche” di Prali, Vale germanasca, alto Piemonte. Si racconta che a lungo gli abitanti della zona abbiano lavorato sottoterra, 12 ore al giorno, per estrarre rame, grafite, talco. La miniera era la fonte di ricchezza quasi esclusiva, per loro. Le condizioni in cui lavoravano erano proibitive, spesso procedevano per i cunicoli carponi, al buio o con torce che bruciavano l’ossigeno e rendevano l’aria irrespirabile. Quel duro vivere è accuratamente rievocato oggi con lo “Scopriminiera”, un itinerario di visita che si avvale di appositi vagoncini per la visita sotterranea, e che si estende fino ad un apposito museo. Disponibili anche una sala video, l’Archivio Storico delle Miniere e i laboratori per attività didattiche, oltre a “Il Ristoro del Minatore”, bar ristorante. Gli itinerari sono di varia durata, da quello più breve di 2 ore fino ad un programma di un'intera giornata. In rete c'è chi testimonia di una visita da ricordare (link a http://ilricciolo.blogspot.com/2007/08/consigli-per-una-gita-le-miniere-di.html ).
Non avremmo detto tutto delle miniere di talco di Prali, tuttavia, se non specificassimo che esse sono ancora attive. Tutt'oggi vi estrae talco la “Luzenac val Chisone”, branchia locale di una multinazionale, la Luzenac link a http://www.luzenac.com) attiva anche ad Orani, in Sardegna, dove il talco è estratto a cielo aperto. Il processo produttivo, certificato Iso 9002, fa sì che all'ingresso del sito estrattivo sia esposto il referto degli infortuni in miniera: nel 2007 (vedi la foto nelle immagini) uno ciascuno per sito.
Attualmente le sorti della miniera del Valchisone non sono chiare: ad inizio 2008 hanno iniziato a circolare ipotesi di dismissione del sito, conseguenti all'acquisto del 12 per cento del capitale della Rio tinto (azionista di maggioranza della Luzenac) da parte dei cinesi della Chinalco, ed all'opa “ostile” sulla stessa società da parte della BHP billiton.
(22 aprile 2008)
IL 2007 DI CHI E' RIMASTO SOTTO
Il 2007 va in archivio come anno tutt'altro che indolore, per i lavoratori del sottosuolo. Se in Italia non si sono rilevati incidenti mortali, non così può dirsi per il resto del mondo. Drammatiche in particolare le vicende di Cina e Stati uniti, dove hanno perso la vita numerosi minatori. In Cina in particolare si ricordano il dramma di inizio autunno, con l'allagamento di una miniera, quello del 4 dicembre nella provincia di Shanxi con 105 vittime di un sito di estrazione illegale del carbone. Le vittime si sono contate in Cina fino al 31 dicembre, quando 19 persone sono morte a seguito dell'esplosione di un'altra miniera di carbone, nella provincia Helonhjang. Negli Stati uniti ha fatto scalpore l'episodio di agosto: sei uomini, in seguito ad una frana nella miniera di carbone di Hungtinton (Utah), restano bloccati in un anfratto a 450 metri di profondità, dal quale usciranno solo cadaveri. La vicenda negli Stati uniti desta particolare impressione anche perché si trascina per diversi giorni, in cui vari tentativi di salvataggio finiscono uno dopo l'altro a vuoto, tra la rabbia dei familiari esacerbata dai ripetuti ammonimenti andati a voto (il sito minerario era stato in passato multato ben 300 volte per violazione delle norme di sicurezza).
Diversa la sorte dei 300 minatori sudafricani, che in ottobre restano intrappolati per 40 ore in un sito posto un chilometro sotto la superficie: la lotta contro il tempo è in questo caso più fortunata, e tutti i malcapitati escono vivi da una vicenda che, di lì a poco (il 4 dicembre) contribuirà a riportare i 240mila lavoratori del settore in sciopero, per rivendicare migliori condizioni di lavoro, visto che alla data dello sciopero si contavano in 180 le vittime del settore (nel 2006 erano state 200) in un paese che è cruciale per il consumo mondiale di oro, platino ed altri metalli. Quelle stesse salvaguardie che sicuramente mancano ancora a tanti altri minatori sparsi per il mondo, soprattutto se particolarmente giovani: è il caso dei minatori-bambini ancora a lavoro per dieci ore al giorno in Kirghizistan, repubblica caucasica al confine con la Cina, come ha documentato un reportage della Bbc lo scorso agosto.
(10 febraio 2008)
martedì 17 gennaio 2012
UN BORGO E LE SUE ROSTE
A Boccheggiano era attiva la società Montecatini, fondata nell'omonima località della Val di cecina nel 1888, ed erede a Boccheggiano di un'attività estrattiva che nel XIX secolo si era concentrata sul Rame. A seguire dunque, nel '900 la pirite fu l'oggetto delle estrazioni, utili per alimentare l'industria chimica che, sotto la guida del livornese Guido Donegani, stava conoscendo sviluppi esponenziali, sottraendo l'Italia dalla dipendenza esterna in materia (soprattutto verso la Germania) e moltiplicando gli occupati (3200 nel 1930, 4500 dieci anni dopo). A Boccheggiano le estrazioni di pirite si protrarranno fino agli anni '80: c'erano quattro pozzi, che attiravano lavoratori da tutti i comuni contermini, ed in particolare proprio da Montieri. Oggi le tracce più evidenti di quel periodo sono costituite dalle “Roste”, ovvero gli accumuli di materiale ferroso risultante dal procedimento di arrostitura del minerale, necessario per estrarre la pirite. Altre tracce sono disseminate in quasi ogni casa abitata da discendenti o reduci di quell'epoca, nel comune di Montieri: pietre-souvenir, lampade, tesserini. E magari un respiro affannoso che procede ancora, a volte a stento, al ritmo della vita.
Ma una traccia vistosa, quanto clamorosa, è emersa improvvisamente all'inizio del terzo millennio in corrispondenza dell'ultima miniera chiusa in ordine di tempo, dopo il crollo della domanda di acido solforico, e quindi dell'industria chimica (1994): la miniera di Campriano.
(13 gennaio 2008)
DAL RAME ALLA PIRITE
Attorno a Montieri è stato individuato oggi l'omonimo Parco Archeominerario, comprendente anche il territorio del comune di Boccheggiano ed a sua volta parte del Parco tecnologico e archeologico delle Colline Metallifere. Mons aeris, dal latino “monte del rame”, è citato per la prima volta nel Breve, forma di Statuto (il più antico rinvenuto in Italia?) risalente al 1219 e ad oggi unico esemplare di documento dell'epoca scritto in volgare (l'originale è conservato a Volterra). Sul Poggio di Montieri in antichità furono numerosi i pozzi di estrazione, dai quali gli uomini esumavano piombo, ferro, ma anche argento e appunto rame. L'attività andò scemando dopo il XIII secolo, ma ancora nel XVI e XVII erano attive fonderie in zona. Tracce della fase mineraria più antica per questo territorio sono visibili in particolare sul Poggio Mutti, nella frazione di Gerfalco.
La storia mineraria più recente riguarda soprattutto Boccheggiano. Ed è lì che oggi ha sede la ricostruzione museale.
(9 gennaio 2008)
LE MEMORIE DELL'AMIATA
Cadute nell'oblio, solo dopo più di un decennio le miniere del monte Amiata hanno ripreso un percorso volto a render loro giustizia nell'alveo della memoria storica. E' sul finire degli anni '80 che il comune di Abbadia (sindaco Giorgio Sbrilli) decide di procedere alla bonifica dei siti, finalizzata al recupero in funzione museale. Con l'inizio del nuovo millennio il percorso espositivo diventa parzialmente fruibile. Un accordo sancito nel luglio 2007 tra Comune e Eni (ultima proprietaria dei siti) per il recupero di altri 65 edifici e 7 ettari di terreno (stima economia: 18 milioni di euro) lascia sperare che per il 2015 l'intera area possa diventare nuovamente patrimonio della comunità, con la possibilità di visitare a piedi o in bicicletta buona parte delle gallerie e l'area dei forni in cui il cinabro veniva trasformato in mercurio.
(31 dicembre 2007)
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